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Bart Herreman: l’intervista inedita al fotografo
Nel 2024 avevo avuto il privilegio di incontrare Bart per la prima volta. Era il 18 luglio. Due anni dopo, proprio alla vigilia di quella data, il 17 luglio 2026, Bart ci ha lasciati.
In quell’occasione gli avevo fatto un’intervista che non avevo mai pubblicato. Oggi ho deciso di farlo, lasciando che sia Bart, attraverso le sue parole, a raccontarsi.
Bart Herreman, il fotografo che ho avuto la fortuna di conoscere
Ci sono persone che entrano nella tua vita per insegnarti un mestiere e finiscono, quasi senza accorgersene, per occupare un posto nel tuo cuore.
Bart Herreman per me è stato questo: un grande fotografo, un maestro generoso e un amico.
Nel 2025 ho avuto il privilegio di curare e organizzare una sua mostra a Romagnano Sesia. Sono stati mesi intensi, fatti di lavoro, confronti, risate e momenti che oggi custodisco con ancora maggiore affetto. Durante questo progetto è nata e si è rafforzata un’amicizia, anche grazie alle pause pranzo in famiglia. Bart era entrato nella mia vita come un amico e, poco alla volta, era diventato quasi un parente.
Lavorare accanto a Bart significava anche entrare nel suo modo di guardare il mondo. Un modo ironico, curioso e mai banale.

Bart Herreman nella sua casa-studio, durante la nostra prima intervista del 18 luglio 2024. La fotografia è stata scattata dall’autrice. L’angolazione è stata scelta da Bart.
Il 18 luglio 2024, nella sua casa-studio, avevo registrato una lunga conversazione con lui. Era il nostro primo incontro e io ero emozionatissima.
Bart, invece, era perfettamente a suo agio. Scelse lui come mettersi e quale angolazione utilizzare per la fotografia che gli scattai quel giorno.
Avrei dovuto pubblicare l’intervista molto prima. È rimasta invece in un cassetto.
A luglio 2026, quasi due anni dopo quel nostro incontro, Bart ci ha lasciati.
Oggi pubblico parte della conversazione.
Non volevo scrivere soltanto un ricordo di Bart. Volevo lasciare spazio alle sue parole.
Dagli studi in Olanda all’arrivo in Italia
Bart Herreman era nato in Belgio e aveva studiato fotografia in Olanda. La scelta dell’Olanda era legata anche al fatto che, all’epoca, in Belgio la fotografia non era ancora inserita tra le discipline artistiche accademiche.
Durante il quarto anno di Accademia doveva trascorrere un periodo accanto a un fotografo famoso, come stagista.
La sua scelta cadde su Ugo Mulas.
Ma quando arrivò a Milano, nel novembre del 1966, l’incontro non fu esattamente quello che aveva immaginato.
Mulas non ricordava la sua lettera.
Da quel momento, però, iniziò una storia professionale che avrebbe portato Bart a lavorare per alcune delle più importanti riviste italiane e internazionali.
Ugo Mulas e il consiglio che gli cambiò la vita
Bart aveva appena 21 anni quando arrivò nello studio di Ugo Mulas.
Era partito dall’Olanda con un book fotografico e molte aspettative. Ma Mulas non ricordava di aver accettato la sua richiesta di stage.
La situazione sembrava compromessa.
Poi Mulas guardò le sue fotografie.
E gli disse, in sostanza, che non doveva fare l’assistente: doveva andare a lavorare.
Il consiglio fu semplice: comprare i giornali, scegliere quelli che gli interessavano, telefonare e chiedere un appuntamento.
Bart seguì il consiglio.
Il primo giornale fu Amica, allora in via Solferino, sopra il Corriere della Sera.
Il direttore Alberti gli propose una prova. Se il servizio fosse piaciuto, avrebbe iniziato a lavorare.
Piacque.
Bart racconta di essere stato pagato immediatamente e di aver iniziato a lavorare ogni settimana per Amica, arrivando a realizzare anche due servizi in una settimana. Per tre anni.
Poi arrivò Gioia, dove conobbe la direttrice Andreina Vanni, con la quale avrebbe collaborato per circa quindici anni, sempre come freelance.
Gli anni della moda e la camera oscura
Erano anni molto diversi da quelli di oggi.
Bart aveva realizzato il suo studio all’interno della casa che aveva affittato a Milano. C’erano anche la camera oscura e tutto ciò che serviva per sviluppare e stampare le fotografie.
Il colore veniva sviluppato in laboratorio. Il bianco e nero, invece, richiedeva ore di lavoro in camera oscura.
Bart ricordava con ironia quei tempi e le infinite ore trascorse a sviluppare rullini, realizzare provini e scegliere le immagini.
Con una battuta che gli somigliava molto, durante l’intervista mi disse:
Per me chi ha inventato Photoshop merita 25 Oscar!
Era il suo modo ironico di raccontare quanto fosse cambiato il mestiere del fotografo.
Ma non fu soltanto la camera oscura a cambiare.
A un certo punto Bart si stancò della fotografia di moda.
Non della fotografia in sé. Della macchina che ruotava intorno alla moda.
Parrucchieri, truccatori, modelle, assistenti, redattrici. Una grande squadra per ottenere una sola fotografia.
E soprattutto, tanta attesa.
Bart raccontava di aver imparato proprio in quegli anni una cosa fondamentale: qualsiasi fosse la situazione, il fotografo doveva comunque tornare a casa con la fotografia giusta.
Anche quando pioveva.
Anche quando la luce cambiava.
Anche quando tutto sembrava complicarsi.
Dalla moda al reportage: Bart Herreman in giro per il mondo
La ricerca di qualcosa di diverso lo portò verso riviste come Class.
Qui il lavoro cambiava completamente.
Bart partiva spesso con il giornalista e andava a fotografare famiglie molto ricche nelle loro ville in giro per il mondo.
Era il tipo di fotografia che gli piaceva di più: meno costruita, più legata alle persone, agli ambienti e alle situazioni.
Da quei lavori arrivarono anche incontri straordinari.
Bart raccontava di aver fotografato Hassan II, re del Marocco, famiglie dell’aristocrazia internazionale e personaggi dello spettacolo.
Tra i suoi ricordi c’erano anche i viaggi in Sudafrica, compiuti pochi mesi prima che Nelson Mandela diventasse presidente.
Erano esperienze che gli avevano permesso di attraversare mondi molto diversi e di osservare da vicino persone, luoghi e situazioni che per la maggior parte delle persone rimanevano lontani.
Fotografare una persona significa riuscire a vederla
È forse questo il punto più interessante della filosofia fotografica di Bart.
Per lui il ritratto non consisteva nel rendere una persona più bella.
Al contrario.
Bisognava riuscire a coglierne la vera fisionomia, anche attraverso quelli che normalmente vengono considerati difetti.
Durante la nostra conversazione parlò di Barbra Streisand.
Il suo naso, così particolare, non doveva essere nascosto.
Era parte di lei.
Parte della sua identità.
I difetti possono essere interessantissimi da fotografare.
E aggiunse un concetto che racconta molto bene il suo modo di intendere il ritratto: un difetto non deve diventare uno sbaglio da cancellare. Può diventare invece qualcosa da valorizzare.

Un autoritratto dipinto da Bart Herreman, fotografato dall’autrice nella sua casa-studio il 18 luglio 2024.
È una lezione che va oltre la fotografia.
È anche un modo di guardare le persone.
Bart non era soltanto un fotografo. Nel tempo libero dipingeva, per diletto. Durante il nostro primo incontro, nella sua casa-studio, ebbi modo di vedere anche alcuni dei suoi lavori.
Tra questi c’era un autoritratto che aveva dipinto lui. Lo fotografai quel giorno.
L’intervista inedita a Bart Herreman
Quella che segue è la trascrizione della conversazione che ho registrato personalmente con Bart Herreman.
Ho eliminato le mie interiezioni e i passaggi legati esclusivamente alla conversazione, lasciando invece il più possibile intatta la spontaneità delle sue parole.
Sono venuto in Italia perché in Belgio la fotografia non esisteva ancora all’Accademia.
Bart Herreman: Mio fratello vive ad Anversa. Ha vissuto in tutto il mondo e poi è tornato ad Anversa e ha una Galleria. È già più di quindici anni che ce l’ha.
Ha come amico un attore del cinema fiammingo molto famoso nel nostro paese. Ogni volta che vengo da mio fratello in Belgio, lui chiede a mio fratello di invitarlo, perché parlo un fiammingo di cinquant’anni fa. A lui interessa perché può usarlo.
E poi ride come un pazzo e dice: «Com’è che hai detto?» (riferendosi all’attore quando gli domandava della pronuncia fiamminga, ndr).
È divertente.
Bart Herreman: Sono venuto in Italia perché ho fatto un’Accademia di Belle Arti in Olanda, che durava cinque anni. Al quarto anno dovevi passarlo da un famoso fotografo.
L’Accademia l’ho fatta per fotografia, perché in Belgio, in quell’epoca, non esisteva: esisteva scultura, pittura, tutto quello che è arte, ma la fotografia non ancora. Invece in Olanda avevano già inserito la fotografia e il cinema.
Sono andato in Olanda, in questa Accademia, dove al quarto anno dovevo scegliere un fotografo famoso dove andare a fare uno stage che durava un anno.
Dovevo scrivere al fotografo per chiedergli se potevo stare da lui in studio dalla mattina alla sera, guardare come lavorava, aiutarlo come assistente.
Allora ho trovato Ugo Mulas, che era famosissimo.
Però io non sapevo nemmeno che era famosissimo. Ho guardato tutti, ho scritto ai più famosi ed è stata una fortuna.
Sono arrivato a Milano e Ugo Mulas non si ricordava di me.
Bart Herreman: Ho scritto questa lettera e sei mesi dopo sono andato da lui.
Sono arrivato nel novembre del ’66, perché prima dovevo scegliere il fotografo, ma anche dove.
Avevo pensato alla Francia, però la Francia e i belgi non vanno tanto d’accordo; come tutti i Paesi che si toccano, non vanno mai d’accordo.
Poi ho pensato all’Inghilterra; ma in Inghilterra piove dalla mattina alla sera per tutto l’anno.
Allora potevo andare a New York, ma a New York era molto lontano: se poi le cose non andavano bene, tornare indietro diventava difficile.
Allora ho pensato al paese del sole.
Invece sono arrivato in novembre e il sole…
C’era una nebbia che non vedevi neanche quel muro lì (e indica il muro dietro al suo computer, davanti a noi, ndr).
Era un freddo cane. Una nebbia pazzesca.
Sono arrivato da Ugo Mulas la stessa sera che sono arrivato col treno, intorno alle sei. Ho detto: «Vado subito da lui, così tagliamo la testa al toro».
Lui era lì seduto nel suo studio che ritoccava, completamente da solo nel buio totale, con la sua lampadina su un’enorme foto col pennellino. Stava ritoccando il bianco e nero, perché si faceva così allora.
Lui dice: «Cosa posso fare per lei? Lei chi è?».
Gli dico: «Sono Bart Herreman e vengo dall’Olanda, perché gli ho scritto una lettera».
«In che senso?», dice lui.
«Mi ha scritto una lettera?»
«Sì», dico. «Gli ho scritto una lettera e lei ha anche fatto rispondere da un’altra persona. Ho ricevuto la risposta, andava bene che venivo a fare lo stage».
E lui dice: «Eh, però io non mi ricordo di niente!».
Assolutamente niente.
Io avevo 21 anni, mai lavorato, studente, in un Paese a 1.200 chilometri da casa mia, 12 ore di treno. Arrivo e questo non si ricorda di niente.
Io pensavo: «Mamma mia, adesso cosa faccio?».
Ero disperato.
Pensavo: «Vado in albergo, domani mattina prendo il treno e torno indietro, perché non posso cercare lavoro».
Invece lui ha detto: «Però no, non ti preoccupare. Adesso fammi vedere cosa sai fare».
Avevo fatto un book con delle foto da fargli vedere.
Lui ha guardato questo book e ha detto: «Ma sono veramente tue le foto?».
Dico: «Sì, sì!».
«Sono di tuo fratello più grande, o tuo padre, o chissà?».
«No, no, no, sono mie».
E lui dice: «Allora cosa vuoi fare? Vuoi andare a fare l’assistente a un fotografo che ti dice di pulire lo studio la sera quando hanno finito di lavorare, con un lavoro come questo qua? Tu devi andare a lavorare!».
Io ho detto: «E come si fa? Io sono studente, non ho mai lavorato in vita mia. So che devo cominciare, però devo prima finire la scuola, devo prima prendere il diploma».
Lui dice: «No, no, no, tu devi andare a lavorare. Quest’anno che sei qua vai a lavorare».
E gli dico: «E allora?».
Lui dice: «Vai in un’edicola, compri tutti i giornali che ti piacciono, guardi l’indirizzo, chiedi un appuntamento e vai».
Il primo giornale a cui ho telefonato era Amica.
Bart Herreman: Ho telefonato e il primo a cui ho telefonato era Amica, che era in via Solferino ancora, sopra il Corriere.
Vado là e c’era questo direttore che si chiamava Alberti.
Dice: «Ma questo lavoro è veramente suo?».
Dico: «Sì».
Dice: «No, mi interessa tanto, però lei deve assicurarmi che l’ha fatto lei. Anzi, facciamo così: adesso è martedì, io venerdì le faccio fare un servizio fotografico. Se mi piace, lo prendo e poi andiamo avanti. Se non mi piace, amici come prima, finisce lì».
Ho fatto il lavoro, gli è piaciuto.
Gli dico: «Ma lei mi potrebbe pagare immediatamente? Perché io sono studente, non pensavo di rimanere qua».
Allora mi ha pagato immediatamente e da quel giorno lì ho lavorato ogni settimana per un servizio e addirittura ogni tanto due, per tre anni di fila.
Poi hanno cambiato Alberti ed è saltato tutto, perché poi ho scoperto che in Italia nuovo direttore, nuova squadra.
Allora sono andato da Gioia.
E lì ho conosciuto Andreina Vanni, che era la direttrice, e lei mi ha fatto lavorare per quindici anni.
Non assunto, sempre freelance.
Per me chi ha inventato Photoshop merita 25 Oscar.
Bart Herreman: All’epoca avevo affittato una casa molto grande perché le cose funzionavano bene. Avevo fatto lo studio all’interno della casa con la camera oscura.
In quell’epoca dovevi ancora fare le foto in bianco e nero.
Tutto quello che era intimo o corsetteria e roba così era sempre in bianco e nero. Non ho mai capito, ma… Tutto il resto, tutto ciò che era moda, era a colori.
Il colore lo facevo sviluppare alla Color Zenith, che erano diapositive.
Invece per il bianco e nero volevano cinque stampe per capo, cinque diverse posizioni. Stavi ore e ore in camera oscura a sviluppare i rullini, poi a stampare, scegliere i provini, scegliere… Non finiva più.
Quella puzza dei liquidi della camera oscura…
Guarda, per me chi ha inventato Photoshop merita 25 Oscar!
Solo alla luce fai tutto quello che facevi allora in bianco e nero. Se uno sa usare Photoshop non c’è problema.
Scurisci lì, schiarisci lì.
Non quello che facevi con la mano così, il buchettino… con l’ingranditore diventavi pazzo.
Mi sono stufato terribilmente della moda.
Bart Herreman: E così è andata avanti.
Poi mi sono stufato, mi sono stufato terribilmente della moda, perché la moda era sempre una roba con tanta gente.
Se dovevi fare una foto c’era il parrucchiere, c’era la visagista, c’era quello che guida il pulmino, due o tre modelle, poi non lo so, la redattrice, l’assistente… Insomma, per fare una foto a una ragazza eravamo in dieci. Era una troupe come per fare un film.
Una noia micidiale, perché poi dovevi aspettare tra un vestito e l’altro. Eri lì seduto un’ora e mezza, perché il parrucchiere doveva fare del suo meglio. Era lì che pettinava. Quando la luce era giusta, lui era lì che pettinava. Passa la nuvola, cambia la luce e lì avevo finito.
Però lì ho imparato che in qualsiasi situazione dovevo venirne fuori con una foto giusta.
Perché se lavoravi per Vogue, avevi la top model, andavi in Honduras a fotografare… Facevi una foto la mattina alle 6, perché la luce era giusta.
«Eh, quell’altra la facciamo domani mattina».
Per Gioia, Rakam, non so… Ho fotografato un po’ per tutti.
Per Grazia, per Arianna…
Tu dovevi tornare a casa con dieci vestiti, tutti e dieci in quel giorno lì, piove o non piove.
È andata sempre bene, comunque.
Ho detto: basta!
Bart Herreman: Sempre in esterno. Quando era in studio, c’erano gli studi grandissimi del Corriere della Sera, della Mondadori. Tutto organizzato benissimo.
Una noia però, perché era sempre aspettare, aspettare che la modella fosse pronta, i parrucchieri ci mettevano un’ora tra una foto e l’altra, poi arrivava quello a fare ancora un po’ di ritocco…
Ho detto: «Basta!».
Allora sono andato a questi giornali tipo Class e ho lavorato per loro parecchio.
Era molto diverso.
Andavo io da solo col mio giornalista. Andavamo a fotografare le famiglie straricche nelle loro ville in giro per il mondo.
Bellissimo.
Ho girato il mondo, visto un po’ di tutto.
Bart Herreman: Ho fotografato la famiglia che faceva… Come si chiama quella del Polo? Polo Ranch… La Martina Polo Ranch.
Facevano il Polo in Argentina e poi dopo si sono messi a fare i vestiti. Era bellissimo, perché erano ambienti bellissimi da fotografare.
Ho girato il mondo, visto un po’ di tutto. Fantastico.
Ho persino fotografato il re del Marocco per Class. Hassan II, non questo re. Il padre di questo re.
Le persone sono molto strane.
Bart Herreman: Quello di Nadar era più un lavoro tecnico, perché in quell’epoca lì non era facile fare le foto.
Lui aveva le lastre, con tutta la chimica pennellata sopra un vetro che diventava il negativo.
Però dopo la persona doveva stare ferma in un certo modo.
È tecnicamente fotografia.
Fatta bene, eh, perché Nadar era bravissimo.
Però voglio dire, non è quello che intendo io come fotografia.
La fotografia di oggi è diversa.
A me piaceva il ritratto e riuscire a captare la persona com’è.
Le persone sono molto strane. Se tu prendi uno e lo guardi da davanti è totalmente diverso che se lo guardi di profilo. E se tu non l’hai mai visto di profilo quasi ti spaventi, perché non sembra la stessa persona. Infatti, quelli che hanno un bellissimo profilo e un bellissimo davanti sono pochi!
I difetti possono essere interessantissimi da fotografare.
Bart Herreman: E poi i difetti possono essere interessantissimi da fotografare.
Per esempio Barbra Streisand, che ha un naso enorme. Ma se non avesse quel naso lì non sarebbe Barbra Streisand. Quindi devi tirare fuori quel naso, devi farlo vedere. E devi renderlo simpatico. Non devi renderlo uno sbaglio della natura.
E lei è veramente fantastica.
I personaggi incontrati durante una lunga carriera
Bart Herreman: Di attori veri io ne ho fotografati pochissimi.
Ho fotografato la De Laurentiis, la figlia di De Laurentiis, il produttore cinematografico.
E poi ho fotografato, quando era bambina, Romina Power. Ho fotografato la madre di Romina Power (Linda Christian, ndr), che era una donna bellissima. Piccolina, ma bellissima, bellissima.
Tutto quello che mi mandavano a fare.
Perché Class era molto varia.
Sono andato a fare un servizio… Ah no, quello non era per Class, quello era per quel giornale che trovi nella tasca degli aerei, perché la redattrice di Class collaborava con quel giornale lì. E mi ha mandato a fotografare la Bona Frescobaldi nella sua casa fantastica, poco fuori Firenze.
A un certo punto vedevo tutte queste foto dei reali inglesi sul pianoforte. Io pensavo le avesse tagliate dai giornali (ridendo, ndt) e messe dentro la cornice d’argento. No, no, no. Erano vere. C’era Carlo seduto su quel divano.
Il viaggio in Sudafrica
E così ho fotografato anche una cugina della Regina d’Inghilterra in Sudafrica, che aveva un posto pazzesco.
Noi eravamo invitati sei mesi prima che Mandela diventasse presidente.
L’olandese che c’era prima di Mandela aveva deciso di aprire le frontiere invitando giornalisti e fotografi da tutto il mondo per fare un servizio fotografico sul Sudafrica, sperando che poi si aprisse al turismo, perché prima era sempre molto rischioso. Se tu avevi un timbro del Sudafrica sul tuo passaporto, poi se andavi in America ti facevano storie pazzesche all’Immigration. Invece, loro ti davano il visto su un foglio a parte, quindi il tuo passaporto non veniva toccato. Per farti capire quanto è idiota il mondo.
Adesso è aperto a tutti il Sudafrica.
Il viaggio è bellissimo, perché poi abbiamo girato tutto il Sudafrica in dieci giorni con un elicottero a disposizione: siamo andati prima in quella “Lost city, che è una specie di Las Vegas, sulla frontiera con lo Zimbabwe. Eravamo invitati proprio da colui che aveva costruito l’intera città-resort, il più impressionante “albergo” del mondo (qui, Bart descrive la maestosità del resort, ndt). […] Lì ho fotografato un po’ tutto il Sudafrica, dalla natura alle Cape Dutch houses. Dovevo mostrare com’era il Sudafrica. […]
Il racconto di una vita
L’intervista prosegue ancora per una cinquantina di minuti con una serie di aneddoti legati ai suoi viaggi e ai personaggi che ha incontrato. Ho scelto, però, intenzionalmente di non trascriverla integralmente in questa occasione.
Quelle parole resteranno con me e, forse (spero), troveranno spazio un giorno in un progetto che da tempo sogno di realizzare: una biografia, o magari una fanzine, dedicata a Bart e alla sua storia. Un’idea che avevo condiviso con lui e alla quale rispondeva sempre, con la sua consueta modestia, che non c’era nulla da raccontare oltre a quello che già era stato scritto nei cataloghi.
Forse si sbagliava. O forse, semplicemente, non aveva ancora ascoltato tutte le storie che aveva lasciato nelle persone che lo avevano incontrato.
Un ultimo saluto a Bart
Bart ci ha lasciati improvvisamente il 17 luglio, poco prima che lo chiamassi per incontrarlo a Milano. Per me non è soltanto il fotografo che ho avuto la fortuna di conoscere, intervistare e per il quale organizzare una mostra. È la persona che ricordo nelle risate, nei racconti, nelle fotografie e nei momenti trascorsi insieme.
Questa intervista sarebbe dovuta uscire prima. Non è successo. Forse, però, oggi ha un significato diverso. Perché riascoltando le sue parole ritrovo Bart esattamente come lo ricordavo: ironico, curioso, diretto, capace di raccontare anche gli episodi più incredibili con una semplicità disarmante.
E soprattutto ritrovo il suo modo di guardare le persone.
Senza voler cancellare i difetti.
Senza voler rendere tutto perfetto.
Cercando invece quello che rende ciascuno diverso dagli altri.
È quello che ha fatto anche con la fotografia.
E forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo.
Ciao Bart. Grazie di tutto. Già mi manchi!


