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IL TEMPO DI ESCHER A BOLOGNA

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IL TEMPO DI ESCHER A BOLOGNA

Maurits Cornelis Escher in mostra a Bologna nel “rinato” Palazzo Albergati, dal 12/03 al 19/07/2015

Siamo alla terza esposizione italiana dopo quella di Roma e la precedente di Reggio Emilia e, anche se questo la dice lunga sulla popolarità dell’arte di Escher, non possiamo

serpenti

Serpenti

ignorare che l’uso e l’abuso delle immagini escheriane ha portato ad una sovraesposizione dell’opera a discapito della figura d’artista rimasta sempre un po’ defilata. Il merito della confidenza che il pubblico sente nei confronti dei suoi quadri è certo dovuto alla curiosità verso l’ambiguità delle sue visioni, rappresentazioni dalle quali si viene risucchiati per approdare in un limbo in cui tutto è possibile, anche l’impossibile!  Escher autorizza la messa in scena dell’errore, utilizza la plasticità per svuotarla del suo significato e, adoperando figure nascoste,

si diverte a smentire i presupposti della realtà con forme reversibili, in cui si confondono sfondo e figura, vuoto e pieno, concavo e convesso.

La mostra, pensata come un vero e proprio percorso didattico, aiuta a ristabilire il valore dell’artefice-artigiano-incisore che ha il merito di materializzare le teorie della visione e le geometrie della rappresentazione in opere d’arte. Il visitatore si sente accompagnato per mano attraverso le fasi della sua vita artistica: parte dagli esordi grafici art nouveau, passa dal naturalismo dei paesaggi italiani, arriva agli studi geometrici suggeriti dalla visita all’Alhambra e quelli della psicologia e della matematica; tocca anche la piccola parentesi che lo avvicina al surrealismo.

Lo spazio espositivo è suddiviso su 2 piani: al piano terra i lavori più propriamente grafici, bidimensionali e relativamente statici,  al piano superiore quelli maggiormente plastici, prospetticamente profondi e che suggeriscono maggior dinamismo.

Si dà anche rilievo a tutti gli ambiti che Escher ha influenzato, dalle opere di altri artisti  alle citazioni in campo cinematografico e pubblicitario, fino ad un lungo filmato d’animazione in cui i suoi capolavori approdano  alla terza dimensione col movimento. Guardando questo lavoro si ha la sensazione che si sia voluto omaggiare l’artista creando dei veri Golem (personaggi dei fumetti dalle sembianze mostruose e di robot), perché le sue figure meravigliose sembrano animarsi per una sorta di rito alchemico.
Inoltre, sono stati creati piccoli ambienti che propongono, a dimensione umana, la beffa della visione e in questi lo spettatore è sollecitato a immortalarsi, come se si trovasse all’interno di un quadro del maestro.

Che dire… splendida mostra! Completa, in quanto a rappresentanza di opere, testimonianze e approfondimenti.

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Altro mondo II

Si esce certamente arricchiti da quest’esperienza. Ma Escher ha approfondito svariate possibilità che riguardano solo lo spazio? Mi è rimasto lo spaesamento delle vedute simultanee  come in Altro mondo II (1947) in cui ci troviamo di fronte ad una gabbia prospettica perfetta ma vista contemporaneamente da più punti: frontalmente, dal basso e dall’alto. Non si tratta di una figura impossibile, come il cubo di Neckter anzi, la griglia prospettica è  precisa e realistica. E allora cos’è che destabilizza?

Io penso che a rendere impossibile questa visione sia solo il modo in cui viene trattata la componente tempo. Al suo interno ciò che sta accadendo si sovrappone all’accaduto e a ciò che accadrà, ci troviamo in un racconto che rappresenta il tempo in maniera non lineare. Naufraghiamo in uno spazio dove il tempo è circolare, la visione non è univoca e unidirezionale ma allargata, equivoca e poliedrica. In un’ area rigidamente geometrica Escher esclude qualunque possibile sensazione di caos,  si serve della griglia prospettica come di una convenzione per definire lo spazio e, siccome le convenzioni sono soltanto un mezzo per semplificare la comunicazione,  usa questo mezzo per esprimersi oltre la visione.

Metamorphosis II

Metamorphosis II

La presenza di una temporalità è resa ancor più chiaramente in Metamorphosis II (1939-40), già dal titolo, perché  il significato della parola metamorfosi presuppone di per sé il concetto di tempo. Qui, però, avviene esattamente in maniera opposta e la linearità del racconto è sottolineata dalla larghezza eccezionale dell’opera. Il quadro, dilatandosi su uno stesso piano, permette le trasformazioni delle immagini lungo un percorso che è lo stesso della riga scritta. A evidenziare la similitudine concorre la parola METAMORPHOSE inserita nell’opera, la quale diventa parte fondamentale delle trasformazioni che avvengono al suo interno, infatti con questa parola inizia e si conclude l’evoluzione. Anche se stavolta il racconto è lineare, la ripetizione grafica dà una connotazione identica al principio e alla fine, sottintendendo un ritorno da dove si è partiti e quindi ancora un riferimento alla circolarità del tempo.

Attraverso questa lettura troviamo la rappresentazione del cerchio, non solo come figura geometrica con il significato di ordine interiore ma anche come simbolo cosmologico del continuo divenire.

Questo concetto ritorna con più evidenza nell’ultima xilografia Serpenti (1969) che Escher realizza come un perfetto mandala in cui il cerchio, oltre a essere la figura di riferimento nella quale si inserisce la composizione, è l’unica utilizzata, ripetuta ed intersecata. I serpenti, con le spire che si spingono all’esterno, non  interrompono la sensazione di circolarità perché rimangono intrecciati inestricabilmente alla composizione. Con la loro presenza ribadiscono il simbolismo del serpente che si morde la coda legato all’eterno ritorno e alla natura ciclica delle cose.

di Rosalba Solimena

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